BOXANDO – BOXANDO

 

di Angelo Lamberti

 

con Benedetta Laurà, Marino Campanaro, Claudia Lawrence, Marco Zanni, Donatello Falchi, Lorenzo Marangon, Mattia Sebastian

e il Rapshodjia Trio (Gianpietro Marazza, Maurizio Deho, Luigi Maione)

musiche originale Gianpietro Marazza

regia, scene e costumi Mattia Sebastian

assistente Alessandra Santoni

Polemos: la guerra, la discordia. In questa sua commedia Lamberti fa della polemica e della polemologia. Polemica (nel senso alto del termine), perché l'allegoria che percorre il testo tutto è un'allegoria critica che punta il dito contro il male: malaffari, malgoverni, etc. Polemologia, perché questa scena, e i personaggi che la calcano, sembrano vivere dello scontro, nello scontro, per lo scontro. 

E la guerra emerge come l'essenza stessa del vivere civile. La lotta come regola del vivere comune, in una guerra di tutti contro tutti in cui l'asse dei valori (la guerra santa o giusta) non solo si capovolge o si nega, ma perde senso, poiché solo il combattere ha senso per se stesso. 

Estremamente plastico, dinamico, il ring lambertiano in cui si pratica la boxe della vita: è sala per conferenze, teatro, aula scolastica, pulpito, palcoscenico. Schermo sul quale la fauna di Boxando, di dubbia moralità  e sempre al di sotto di ogni sospetto, proietta le proprie inseparabili speranze, deludenti delusioni, avide ambizioni e lubriche tentazioni. Moralità  dubbia, perché l'appello alla scala dei valori è insensato come la scala stessa. Insensato come il gesto di liberare il calabrone dal supplizio di sbattere la testa contro il vetro per uscire. 
"Una volta fuori di qui sbatterebbe di nuovo la testa per rientrare". Al di sotto di ogni sospetto, perché la girandola di sfruttamenti perversi, propensioni incestuose, amori proditori e clandestini, interessi inconfessabili, non salva nessuno. Non si salva Ausonia (antico nome dello stivale), depredata di tutto e di più, e specialmente da chi più si mostra premuroso verso di lei. Non si salva Vespasiano, suo marito, il manager del ring, patetico nella sua monomania pugilistica: la sua idee fixe è la quintessenza della polemologia, il delirio di onnipotenza che lo scuote è quello di trasformare un uomo (ogni uomo), questa ridicola, modesta creatura, in un pugile. 

Non si salvano i loro tre figli: Pisacane, pugile suonato, buono solo a combattere con i ricordi: Toti che vuole trasformare il ring in uno speaker's comer da cui pontificare; Oberdan, l'intellettuale, o pseudo tale. Il teatrologo, che – schifiltoso nei confronti del sudore e della fatica maschia – pensa al ring come un teatro, senza accorgersi che non è sublimando il pugno nella parola (o nel gesto che mima un pugno) che riuscirà  ad uscire da Polemos, che anche il teatro è rappresentazione di contrasti, è una guerra. Non si salva Max Feller, che – come ci dice Lamberti – palesa una inequivocabile attitudine al comando, e al saccheggio e alla pirateria. Non si salva Milada, la moglie di Pisacane, la Seduzione, l'eterno femminino, lo specchio delle brame di tutti, la sfruttante sfruttata, il mondo nella forma del desiderare. 

Sarebbe perlomeno ovvio, una volta stabilita l'equazione Ausonia = Italia, giocare alle figurine e dedurre chi si nasconde dietro ai pesonaggi Lambertiani. Lasceremmo volentieri questo gioco a chi, sperso di fronte agli infiniti sensi di un teatro, ama ridurlo ad un quadretto della situazione politica attuale. Molto più¹ inquietante, invece, sarebbe Boxando Boxando, se rivelasse – come credo possa fare – l'universalità  della condizione umana, troppo umana che mette in scena. D'altra parte, "perché¨ proprio a un pugile? Perché¨ soltanto cosଠsi potrà  dare alla nostra storia motivo di continuare"

La Repubblica. La famiglia si riunisce sul ring

 

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